Intervista immaginaria al Nano Morgante.

Come ti chiami?

Morgante

Segni particolari?

Sono grassotto perché non ho abbastanza lunghezza per disporre la ciccia in tutto il corpo. Sono alto molto poco. Sono molto basso, sono nano. Ma non sono un nano, sono il Nano. Il Nano Morgante.

“Il”?

Il Nano Morgante. Quello che a corte tutti vogliono e tutti aspettano. Quello che senza di me la festa non c’è.

E perché ti chiamano Morgante?

Perché Morgante è il gigante nel poema di Luigi Pulci. È una presa in giro e così li lascio fare e mi ci faccio chiamare. Perché sono un giullare e il mio mestiere è far divertire gli altri e il mio corpo sembra facilitarne il divertimento. Ma a far divertire mi diverto anche io, molto più degli altri.

Come ti chiami veramente?

Braccio di Bartolo.

Non sembri toscano dall’accento…

Sono bolognese. Originario di Castel del Rio.
Poi sono venuto a Firenze e a corte e insieme a me ho trovato altri quattro nani. Cinque nani a corte. Cosimo I e i cinque nani. Ma nessuno era come me. Io ero il re dei nani, tutti mi volevano. Ero il preferito del Duca.
Tutti m’imploravano per intrattenere e intrattenere, ancora di più e sempre di più. Il mio duca non mi lasciava mai. Mi ha riempito di vizi e di ritratti. Tutti mi hanno ritratto, spesso nudo.

Anche Giorgio Vasari parla di te. Lo sapevi? Sai leggere?

Non so leggere, ma sono un cacciatore pazzesco. E modello.
Cosa dice Vasari? L’ho conosciuto perché è venuto a corte.
Ha la puzza sotto al naso, il mio duca lo invitò da noi e lui rifiutò l’invito. Fu così che i rapporti si interruppero.

Dice “…il Duca, il quale ha fatto fare al medesimo di marmo la statua di Morgante nano, ignuda, la quale è tanto bella e così simile al vero riuscita, che forse non è mai stato veduto altro mostro così ben fatto, ne’ condotto con tanta diligenza simile al naturale…”

L’avevo detto che ha la puzza sotto al naso! Io non sono un mostro. Sono poco alto e molto basso. Poco e molto. Non vuol dire essere un mostro. Se fossi davvero un mostro nessuno avrebbe piacere a ritrarmi con le natiche all’aria. E hai visto invece per quanti nudi mi è toccato posare?
Hai visto i giardini di Boboli? Hai visto la fontana del Bacchino lì dentro? Come sono bello tutto bianco e tutto in marmo in sella ad una tartaruga gigante. Leggiadro e con lo sguardo intelligente. Non sono un buffone. Faccio il buffone, ma non sono un buffone.
Sono anche agli Uffizi adesso.

La fontana del Bacchino, 1560, Valerio Cioli, Giardino di Boboli, Firenze

Si è vero…cioè non tu, Agnolo Bronzino è agli Uffizi.

Io! Io sono agli Uffizi! Non c’è mica la faccia del Bronzino lì dentro, sono io a fare la cornice! Grazie al mio duca innanzitutto e poi grazie al Bronzino. Ma sono io a mettere faccia e chiappe.

Faccia e chiappe e farfalle?

Esatto. Il Bronzino pensò fosse meglio dipingere una farfalla svolazzante sul mio fallo e il pubblico non era pronto. Non è come oggi. Anche se ancora oggi quando vado in giro la gente si volta a guardarmi. Forse rispecchio ancora i loro canoni di bellezza. Comunque sia non era come oggi. Una Venere nuda era un conto, ma un nano nudo un po’ meno. Forse il maschio nudo in generale un po’ meno, un po’ zero.

Nano Morgante, 1552, Agnolo Bronzino, Galleria degli Uffizi, Firenze

Eppure il Bronzino ti ha ritratto persino da entrambi i lati. Fronte e retro.

Sì. Dicono lo abbia fatto per dimostrare quanto fosse bravo in pittura. Quanto la pittura fosse migliore della scultura, perché attraverso la pittura puoi raccontare scene diverse e tutte queste cose qua, mentre nella scultura questo non lo puoi fare. Ma la realtà è che mi ha dipinto nudo e fronte retro perché sono molto troppo bello, sia davanti che di dietro.

Infatti nel quadro sono dipinte due scene diverse, giusto?

Giusto. Nella prima sto cacciando e nella seconda ho finito la caccia. Sono un cacciatore. Un buffone, giullare, quadro-modello e cacciatore. A corte facevo tutto quello che mi veniva richiesto. Qualunque cosa Cosimo volesse che io fossi la diventavo. Voleva che fossi un bravo cacciatore e sono diventato un bravo cacciatore. Così sul lato frontale del dipinto tengo in mano la ghiandaia e sul retro tengo in mano la ghiandaia stecchita.

Sei molto sicuro di te. È proprio vero che non ti vergogni di niente.

Di cosa dovrei vergognarmi? Non vergognarmi di niente è stata la mia fortuna. Nell’Ottocento nel quadro del Bronzino mi hanno trasformato perfino nel dio Bacco. Se fossi stato un insicuro nessuno lo avrebbe fatto. Hanno messo un perizoma di foglie e uva a soffocare la mia farfalla e non ho più uccelli svolazzanti intorno, ma del vino e una ghirlanda trionfante in testa.

Adesso però sei tornato alle origini nel quadro, giusto?

Si, pochi anni fa mi hanno restaurato. Forse progredendo si sono resi conto che un nano nudo non avrebbe scandalizzato nessuno.

Quale dei due preferisci? Essere bacco o un cacciatore?

Vanno bene entrambi. Mi rappresentano entrambi. Non mi sono mai vergognato, non mi vergogno di niente, ero il preferito proprio per questo. L’imbarazzo, la timidezza, la debolezza e l’insicurezza non sono mai ammesse a corte. Impudente e arguto.
Sono molto basso, sarebbe ancora più facile schiacciarmi se non fossi impudente e arguto.

 

 

 

 

https://www.tgcom24.mediaset.it/speciale-vernice-week/

L’Annuccia dai capelli rosci di Caravaggio.

È sempre lei. Annuccia. Anna Bianchini. Che appare e riappare in tante e grandi tele di Michelangelo Merisi. Annuccia dai capelli rosci, dai capelli rosci e lunghi. La pelle bianca bianca e il viso malinconico. Una santa e una prostituta. Quadro-modella e cortigiana. Nasce toscana nel 1579 e muore romana. Una romana morta a venticinque anni annegata nel Tevere, non si sa se per omicidio o suicidio, ed è a venticinque anni che viene ritratta per l’ultima volta nella Morte della Vergine. Anna la prostituta Vergine è stesa su un letto con le gambe un po’ scoperte e un pancione gonfio come fosse incinta, circondata da uomini e donne piangenti, o meglio santi e sante piangenti. Sopra di se’ ha un telo rosso rosso, rosso fuoco come il suo vestito che stona ancora di più con il colore della pelle cadaverica.

La Morte della Vergine, 1604-1606, Caravaggio, Museo del Louvre

Orrore però, perché l’iconografia è troppo scandalosa per la committenza cattolica e così invece di essere appeso sulla parete della Cappella della famiglia Lelmi, nella Chiesa di Santa Maria della Scala a Roma, dove doveva essere appeso, viene mandato allo sfacello, al macello, alla distruzione. Ma c’è un salvatore redentore di nome Pieter Paul Rubens, ammiratore caravaggesco, che acchiappa il quadro e lo porta a Parigi, città in cui tutt’oggi è custodito. Ma tutto questo Anna non lo sa. Tutta la storia di lei, di come viene ritratta e di che fine fa il bel quadro non la sa perché è già morta. Mentre nella Maddalena penitente, nel Riposo durante la fuga in Egitto, e in Marta e Maria Maddalena, anni in cui Anna non è nemmeno ventenne, Caravaggio la fa posare per lui, bella viva e lucente, pagnottina e da prendere a morsi,

Maddalena penitente, 1595 ca., Caravaggio, Galleria Doria Pamphilj

Riposo durante la fuga in Egitto, 1597, Caravaggio, Galleria Doria Pamphilj

Marta e Maria Maddalena, 1598 ca., Caravaggio, Institute of Arts of Detroit

nel 1604 la ritrae scheletrica cadaverica. Pare addirittura che per evitare di rischiare di tradire il suo realismo creativo vada a ripescare il cadavere gelato e raffermo della ragazza nel Tevere per poterla ritrarre, aggiungendo al tutto il pancione gonfio sotto la veste rossa rossa. Eppure Annuccia non era incinta quando morì, a meno che non si sia suicidata per davvero dopo aver scoperto di essere incinta. O magari Caravaggio non ha ripescato nessun cadavere, ma era solo tanto sconvolto dalla morte di Anna che appena la committenza ha scandito le parole “Morte Vergine”, Michelangelo aveva già la faccia e il corpo di lei impressi nella mente. Impressi nella mente perché Annuccia pare fosse la sua preferita. Tra tutte le prostitute, e a Roma nel cinquecento ce ne erano tante, Annuccia è diventata la sua preferita dopo averla incontrata in un’osteria in Campo Marzio. Una roscia bassina e fumina sempre in mezzo ai bordelli. Diventata cortigiana a dodici anni, modella poco dopo, Vergine e Maddalena, adesso famosa più o meno in tutto il mondo. Presenza imponente al Louvre, a Galleria Doria Pamphilj e all’Institute of Arts di Detroit. E se non si avessero il tempo o i soldi per andare a vederli esistono le mostre o i film che s’impegnano a parlarne. Esistono mostre da cui nascono film. Esistono fenomeni come Dentro Caravaggio, la mostra che ha ospitato 420mila visitatori e da cui nasce l’ultima opera d’arte cinematografica Dentro Caravaggio appunto, in uscita adesso al cinema il 27, 28 e 29 maggio.

Esistono capolavori, creazioni e produzioni che rendono le sue Annucce e muse e santi e finti santi alcuni dei personaggi più conosciuti al mondo.

In 3 opere. Niki de Saint Phalle.

Pseudonimo di Catherine Marie-Agnès de Saint Phalle. L’artista delle Nanas e degli Shooting paintings nasce a Neuilly-sur-Seine nel 1930 e muore a San Diego nel 2002.

  1. Tirs/shooting paintings anni ’60:

Negli anni ’60 nascono i Tirs o sparatorie di pittura. È questa l’arte di Niki de Saint Phalle al momento: sparare con una carabina su rilievi di gesso o invitare il pubblico a sparare al posto suo. Sparare a cosa? A nessuno. A oggetti, ovvero semplicissimi sacchetti di plastica ripieni di colore che una volta spappolati sulla tela di gesso colano e sanguinano. Forse vogliono proprio somigliare a colate di sangue umano. Forse i sacchetti nella sua testa non è vero che non sono nessuno, forse sono delle facce umane in particolare, o forse non è nessuna faccia in particolare e sono solo emozioni su cui vuole sparare sopra. ‘Terapeutica’. È così che l’artista descrive la sua arte creativa. È così che supera i suoi vari crolli nervosi e ricoveri mentali causati da nauseanti faccende familiari adolescenziali: sparare su colori, farli esplodere e lasciarli andare.

Grand Tir, Niki de Saint Phalle, Collezione Privata

Tirs, Niki de Saint Phalle

  1. Hon/Elle ‘66:

Dopo i Tirs, Niki si dedica a creazioni più morbide e più dolci e più femminili: le Nanas. Le Nanas sono grandissime donnone formosissime in poliestere, solitamente con dei seni enormi e visitabili all’interno. La sua nuova idea è stimolata e supportata dal secondo marito, Jean Tinguely, un autore di meccanismi complicati capaci di animare strutture imponenti. E Così la nana regina di tutte le nanas nasce nel ’66 e si intitola Hon/Elle: una gigantesca donna incinta – lunghezza 28 metri, altezza 6 metri, larghezza 9 metri – con le gambe spaparanzate, visitabile all’interno con porta d’ingresso a forma di vagina. È da qui che i visitatori entrano come fossero tanti mini spermatozoi… visitano nana, vanno al bar del seno destro, visitano il planetario del seno sinistro e si dirigono verso l’uscita ed ecco il parto. Come se il percorso all’interno di una gigantesca nana ti facesse rinascere una volta avvenuta la fecondazione all’entrata.

Hon/Elle, 1966, Niki de Saint Phalle, Moderna Museet, Stockholm

  1. Il Giardino dei tarocchi ’79 –‘ 96:

Una sorta di giardino dei balocchi con la peculiare e stimabile decisione di scegliere Garavicchio come meta di destinazione, frazione di Capalbio in Toscana.

Il Giardino dei balocchi tarocchi è popolato da personaggi scultorei monumentali progettati dall’artista, ispirati agli arcani maggiori dei tarocchi. 22 sculture per l’esattezza, tra cui ovviamente anche una nana imperatrice, l’Imperatrice Sfinge: qui Niki ci abita anche per un po’ di tempo mentre si dedica al lavoro. Dorme nella camera da letto situata in una tetta e mangia e cucina nella tetta accanto. Lavoro che per completarlo ci vogliono 17 anni. E per un lavoro del genere completato in 17 anni quanti soldi ci vogliono? 10 miliardi di lire circa, che non è Garavicchio a finanziare, ma l’artista stessa grazie ai lavori svolti in passato. Finanzia e lavora e costruisce e architetta l’enorme giardino infilandoci maschere e teschi e fontane. Fontane di nanas disposte a cerchio con l’acqua che fuoriesce dai capezzoli. Niente è macabro e niente è cupo, sembra voler riparare il male anziché aggravarlo o accentuarlo. Specchi, mosaici, vetri, poliestere, cemento, ceramiche. Costruisce sentieri e su ogni sentiero Niki incide frasi, pensieri, memorie e disegni.

“a me da’ più sodisfazione di fare qualcosa di bello per gli altri e per me che avere, avere… sempre di più, di più, di più…”

 

Giardino dei Tarocchi, ’79-’96, Garavicchio (GR)

Giardino dei Tarocchi, ’79-’96, Garavicchio (GR)

Giardino dei Tarocchi, ’79-’96, Garavicchio (GR)

L’intrallazzo tra Venere, Marte e Vulcano di Tintoretto

Autore: Jacopo Robusti, Tintoretto perché figlio di un tintore di seta, “Il furioso” perché ha un carattere un po’ agitato, veneto perché nato a Venezia.

Marte e Venere sorpresi da Vulcano, Jacopo Tintoretto, 1550 circa, Olio su tela, Pinacoteca Monaco di Baviera

Personaggi:

Venere: sposa di Vulcano, ma innamorata di Marte.

Marte: dio della guerra, amante di Venere.

Vulcano: fabbro zoppo che lavora in una fucina per gli dei, sposo di Venere.

Apollo: dio del sole. Spia del tradimento.

Cupido: dio dell’amore, figlio di Venere. Si assenta durante il tradimento.

Nel quadro di Tintoretto, Apollo, il dio del sole e il datore di lavoro di Vulcano e in questo caso lo spione, mette la pulce nell’orecchio di Vulcano: “la tua bella Venere ti sta tradendo in camera da letto con Marte”. Solitamente nei quadri del cinquecento, il tradimento di Venere e Marte viene punito da Vulcano gloriosamente. Come? Con Vulcano che sgama i due grazie sempre ad Apollo, e li cattura nudi come vermi sul letto con delle catene che aveva appena costruito nella sua bella fucina. Ma Tintoretto qui dentro sembra non raccontare proprio così la storia.

Infatti nel quadro, Vulcano entra nella camera da letto, Venere è sicuramente bella nuda e bella stesa, ma Marte non c’è. Il vigoroso dio della guerra è dignitosamente rannicchiato e nascosto sotto a un mobile, guardando un cagnolino rognoso che gli abbaia contro. Ma non è un problema quel cagnolino che fa casino, perché Vulcano sembra non sentirlo. E perché? Perché la vulva di Venere è più interessante.

Alcune teorie sostengono che Vulcano è talmente ammaliato da quello che vede sotto il lenzuolo da non sentire né vedere più niente. Altre teorie invece sostengono che Vulcano sente e vede tutto, ma da buon marito qual è, vuole solo coprire il sesso di Venere dopo l’accaduto.

E Venere in mezzo a tutto questo casino cosa fa? Non si capisce. Sembra restare con il braccio alzato senza fare il minimo sforzo, senza farsi coprire dal marito e senza vergogna. Cupido se la dorme. Cupido, il dio dell’amore, quello che attentamente sceglie chi prendere a freccette e farlo innamorare, presente in ogni episodio amoroso esistente, creatore di qualsiasi episodio amoroso esistente, se la dorme. In questo episodio si assenta. E perché? Perché l’amore in questo caso non esiste? Perché quando si tratta di adulterio, l’amore dorme? O semplicemente per rappresentare l’amore cieco e dormiente di Vulcano che non si accorge di niente o fa finta di niente?

Le interpretazioni sul bordello che succede nel dipinto sono tantissime, anche se quella più gettonata pare essere una:

Vulcano, un vecchio chinato e miseramente compassionevole, corre a casa da lavoro ed ecco cosa lo aspetta.. quello che nessuno vorrebbe aspettarsi quando torna a casa da lavoro. Eppure, sordo o non sordo, perdona la moglie.

Vulcano (dettaglio), Jacopo Tintoretto

Marte si nasconde. Balordo e fifone è impegnato a maledire il cane che gli abbaia contro.

Marte (dettaglio), Jacopo Tintoretto

Cupido se la dorme ronfando con la bocca aperta.

Cupido (dettaglio), Jacopo Tintoretto

Venere sembra avere lo sguardo imbambolato da un’altra parte, più nell’atto di rimanere nuda e felice che in quello di scusarsi.

Venere (dettaglio), Jacopo Tintoretto

E dopo cosa succede? Non si sa bene e lo specchio appoggiato al muro dietro Vulcano ti confonde ancora di più.

specchio (dettaglio), Jacopo Tintoretto

Prima domanda: perché c’è uno specchio appoggiato al muro all’altezza del letto da cui Venere si trastulla o si lascia trastullare?

Seconda domanda: perché nel riflesso dello specchio Vulcano cambia posizione? Non ha più solo il ginocchio destro appoggiato sul letto, ma entrambi.

Significa quello che accadrà dopo? E cioè che Vulcano se ne infischia di quello che gli ha detto Apollo e si dedica alla vulva di sua moglie per farsi amare ancora?

Nel disegno preparatorio esposto al Museo di Berlino la storia raccontata da Tintoretto confonde ancora di più, perché completamente diversa: Marte, Cupido e cagnolino rognoso non ci sono. Vulcano non è più un compassionevole cornuto, ma quasi un violentatore, troppo attratto dalla sua nuda sposa per coprirla con cura. Meglio afferrarla con forza e saltarle addosso. E Venere non sta più lì imbambolata a lasciarsi toccare passivamente dal marito. È lei la miserabile che cerca di dimenarsi da quelle manacce rozze e sporche di Vulcano.

Studio per Marte e Venere sorpresi da Vulcano, Jacopo Tintoretto

Qual è quindi la storia? Una storia d’amore finita male? Una storia senza amore fatta di mariti traditi, donne violate, donne ingannevoli e mariti incazzati? Traditori pusillanimi? Amori che ronfano e cani che abbaiano?

Il sesso nell’arte undicimila anni fa

Emancipazione. Quanta fatica per l’emancipazione. Per progredire verso un futuro fatto di sessi nudi e tette al vento, tutti liberi e ben in vista. Per progredire. Ma è strano come a volte progredire è sinonimo di recuperare, fare passi avanti e poi indietro e poi di nuovo avanti verso qualcosa che esisteva già. Allora i passi avanti si sono fatti per davvero? O si è tornati solo al punto di partenza?

Tutti quegli artisti e quelle artiste che oggi si crucciano per raffigurare e stupire ed esasperare un tema censurato troppo a lungo come il sesso, si stanno davvero emancipando o semplicemente recuperando qualcosa che c’era già?

Il nudo nell’arte: sacrilegio! Due nudi che fanno sesso nell’arte: peggio ancora! Come fosse un porno raffigurato volgarmente per far attizzare chi lo guarda.

Ma ai tempi puri e crudi, quelli delle grotte, quelli in cui le popolazioni abitavano nelle grotte e da raccoglitori e cacciatori si trasformavano in allevatori e coltivatori, quelli di undicimila anni fa, quelli in cui avveniva l’ultima glaciazione sul pianeta, quelli in cui le divinità cambiavano e Gesù non era ancora nato, quelli in cui probabilmente la definizione di orgasmo non era ancora conosciuta e le mutande non esistevano e neppure le parole. In quei tempi lì le persone facevano sesso. Facevano sesso non come cavernicoli animaleschi che si sbatacchiano qua e là pur di sfogare il loro istinto primitivo e ferino, ma come fanno sesso gli amanti. Gli amanti tanto amati e ispirati da prendere un ciottolo in calcite e scolpircisi dentro.

“Gli amanti Ain Sakhri”, 9 mila a.c circa, British Museum, Londra

Nasce così la scultura alta 10 cm “gli amanti Ain Sakhri”, adesso esposta al British Museum di Londra. Un ciottolo grigio in cui due persone fanno l’amore. Sembrano non avere distinzioni: uomo o donna, capelli lunghi o capelli corti, pene o vagina… niente di niente, e se ci sono distinzioni non si riconoscono. Sono due persone, faccia a faccia, con due braccia che si abbracciano e si avvinghiano e fanno l’amore. Se però si guarda la statuetta da lati diversi, la raffigurazione cambia.

Prospettive “Gli amanti Ain Sakhri”, 9 mila a.c circa, British Museum, Londra

Profilo sinistro: due teste e gambe e braccia. Profilo destro: due teste e gambe e braccia.

Ma vista dall’alto? Sembrano due grandi tette.

E dal basso? Un clitoride, forse.

E da dietro? Non un sedere, ma un pene con il glande che di profilo assume la forma di testa.

Tutto questo potrebbe essere una coincidenza, oppure no. Potrebbe essere stato scolpito volutamente, come sorta di sintesi del sesso, una mini enciclopedia visiva, un codice raffigurativo, un sommario di punti di vista. Oppure no. Potrebbe essere un semplice caso. Potrebbe essere una rappresentazione divina della fertilità o di madre natura o la semplice rappresentazione dell’amore e di due persone che fanno l’amore. Le ipotesi sono molte e l’unica certezza è il ritrovamento.

Nel 1933 un diplomatico francese, René Neuville, e l’archeologo Abbè Henri Breuil, visitano un piccolo museo archeologico di Betlemme e tra vari oggetti appena ritrovati, vedono lei… la statuetta del sesso. Chi l’ha ritrovata? Si fanno portare da lui. Da un beduino che li accompagna nel luogo del ritrovamento: una grotta chiamata “Ain Sakhri” nel deserto montuoso a est di Betlemme. La grotta è una casa, un luogo domestico, forse abitazione dei due amanti, forse abitazione in cui i due amanti facevano l’amore e abitazione della prima raffigurazione del sesso nella storia dell’arte.

La prima raffigurazione nella storia dell’arte… il sesso inciso su un ciottolo grigio. Forse si tratta solo di non dimenticare da dove siamo venuti.

Intervista immaginaria: Goulue, la golosona di Toulouse Lautrec.

Intervista immaginaria, basata su una storia vera. La Goulue, la golosona, ballerina del Moulin Rouge e di Toulouse Lautrec…

Chi è la donna che alza la gambetta fino al viso, con due gote a palloncino e una crocca in testa pel di carota?

Louise Weber, detta La Goulue, golosona e ballerina del Moulin Rouge

Sono io, Goulue la golosona! Golosa di cibo soprattutto e di sesso, anche se in realtà il mio vero nome è Louise Weber, sono nata a Clichy nel 1866.

Riconosci questo manifesto?

Moulin Rouge. La Goulue, litografia, 1891, Henry de Toulouse Lautrec

Certo! Sono io! Il mio amico Toulouse mi ha ritratta in occasione del mio debutto al Moulin Rouge nel 1891. Mi ha ritratta lì in mezzo al palco, con la gamba alzata tipicamente mia, viso concentrato e folla che mi scruta senza togliermi gli occhi di dosso. In primo piano c’è il mio partner Jacques Renaudin, che in arte si fa chiamare Valentin le Désossé perché quando balla sembra essere disossato per davvero. Indossa sempre redingote e cilindro, proprio come nel manifesto.

In questo manifesto infatti siete qui che ballate insieme. È il ’95 giusto?

La Goulou e Valentin-Le-Désossé, 1895, Henry de Toulouse-Lautrec

Giusto. Io con il sedere in fuori e le gambe spaparanzate e Valentin anche! Che bravi che siamo e che bravo che è quel nanerottolo di Toulouse! Un po’ rompi palle quando viene tutte le sere a trovarmi, ma scherzo, siamo amici, almeno da parte mia … ognuno di noi fa la sua parte: io ballo e lui disegna. Viene sempre a trovarmi, a scolarsi cinquanta bicchierini di assenzio, come il negroni ora per voi, e si mette lì a fare la sua arte. È stato lui a convincermi a lasciare il Moulin de la Galette per il Moulin Rouge.

Ha fatto bene a convincerti?

Direi di sì! Ero la star di quel posto! Quello che voi andando a Parigi fotografate a tutto spiano senza poterci nemmeno entrare per davvero. Un tempo non si fotografava un fico secco. Si entrava e basta, per vedere me! La regina del can-can! La madre creatrice del can-can! E altre gallinelle e galli saltellanti. Una serata indimenticabile fu quella del debutto! Nella mia epoca, quella bella, mi conoscevano per quello.

Da dove arrivavi prima?

All’inizio, inizio dalla pancia della mia mamma, Madelaine, lavandaia, sposata con mio papà Dagobert, un carpentiere. È per loro che ho queste gotine a palloncino che col tempo ho gonfiato ancora di più grazie al mio appetito. Fin da subito volevo essere ballerina, come la maggior parte delle bambine di sei anni. E a sei anni sono andata per la prima volta sul palco. Sempre stata precoce! Non solo nel mondo dello spettacolo… A sedici anni finalmente mi trasferisco nella capitale. Di giorno guadagno qualche soldo un po’come bella lavanderina, un po’ nei circhi e un po’ facendomi ritrarre nuda e in posa da qualche fotografo o artista di Montmartre. La sera ballo sui tavoli di vari locali. Ho imparato così a prendermi gioco dei garzoni.

Così come?

Alzando gonne, aprendo gambe, mostrando… beh le mutandine! Con un cuoricino ricamato sopra. Gli uomini spesso impazziscono per le mie mutandine, ma non possono togliermi niente di dosso. Solo io lo faccio. Con la punta dei miei piedini carnosi mi diverto a togliergli il cappello e a fregargli da bere.

E dopo aver imparato a divertirti con i tuoi garzoni sui tavoli dove hai continuato a farlo?

Al vecchio mulino di legno Moulin de la Galette, facevano da mangiare delle gallette buonissime da inzuppare nel vino. È per quello che il mulino si chiama così! Ma è famoso, lo conoscete!

Forse. Qual è il Moulin de la Galette?

 Quello dove Renoir ritrae il ballo nel 1876!

Tu non ci sei in quel ballo…

Beh no, a dieci anni è difficile e Renoir non lo conoscevo ancora.

La fama del Moulin de la Galette viene quindi poi rimpiazzata da quella del Moulin Rouge…

Sì… quando lavoravo al de la Galette giravano voci strane sul vecchio proprietario. Pare che nel 1814 quando Parigi è stata invasa dai cosacchi il vecchio buon mugnaio Debray, cercando di difendere il suo mulino contro i cosacchi, si è beccato un sacco di sciabolate in testa. È stato smembrato in quattro pezzettini appesi alle belle ali del suo mulino… Pare! A portare avanti il tutto ci hanno pensato poi i figli. Ad ogni modo proprio alla Galette conosco il mio amato nanetto Toulouse, è lui che mi convince a spostarmi al Moulin Rouge appena aperto. Mi fido, ci vado! È qui che m’invento il can-can facendo un sacco di soldi.

Cos’è il can-can esattamente?

In realtà l’usanza nasce nelle strade di Montmartre alla domenica, quando le lavandaie come me o mia madre mostravano le mutande per le strade. Ho iniziato a mischiare quest’usanza con quella della quadriglia italiana. È così che divento ricca e famosa. Ballando, bevendo, seducendo e divertendomi.

E poi?

Poi faccio la scelta della polla. Accecata dal successo penso che i miei seguaci mi seguano ovunque. Cambio palcoscenici, lascio il Moulin Rouge, torno nel mondo circense. Seguitemi! Seguitemi! E nessuno mi segue. Terra bruciata intorno. Un tipo qualunque mi mette incinta. Simon, decido di chiamare così mio figlio.

Quindi tuo figlio non nasce dal tuo matrimonio?

 No, mio marito lo incontro poco dopo. Joseph Nicolas Droxler, un domatore di belve! Ma la guerra chiama e lui parte. La mia vita divertente non è finita nel modo più divertente. I miei amori più grandi mi hanno lasciata prima che io lasciassi loro. Bicchierino dopo l’altro sono diventata un’alcolizzata cicciona. Vivo in una roulotte al n. 59 di rue des Entrepôts. Vendo noccioline, fiammiferi e sigarette per la strada. Mi prendo cura di un sacco di gatti e di cani che trovo in giro.

E al Moulin Rouge non torni mai?

Ogni tanto sì, mi metto lì fuori a guardare e a ricordare. E nessun passante ricorda me.

Adesso c’è Mistinguett!

Mistinguett, pseudonimo di Jeanne Bourgeois

Esatto, adesso c’è Mistinguett… belle gambe vero? Grazie mille per l’intervista, ma adesso devo tornare dagli animali.

In 4 opere. Damien Hirst (Bristol, 1965).

Vegani. Vegetariani. Animalisti. No alle pellicce. No al consumismo.

“Ma quando è arte è arte”

“Ma questa non è arte”

Come fa l’artista inglese a concentrare questo dibattito su di se’?

 

  1. The physical impossibility of death in the mind of someone living, 1991:

The physical impossibility of death in the mind of someone living, Damien Hirst, 1991

Anni ’90. Anni del consumismo. Cosa fa il genio di Bristol? Compra uno squalo. Ma dove? Come si compra uno squalo? Damien Hirst prima di essere Damien Hirst era un centralinista. Vendere – comprare. Mercato e consumismo sono stati in un modo o nell’altro sempre presenti nella sua vita: i compratori e venditori però adesso sono cambiati, nonostante le modalità non lo siano del tutto. “Cercasi squalo”, semplicemente. L’artista ex centralinista telefona e tappezza località costiere australiane con l’annuncio “cercasi” e Vic Hislop risponde, un pescatore di Hervey Bay (località nell’Oceano Pacifico) che cattura, vende e spedisce a Londra all’interessato uno squalo tigre lungo 4 metri per 6000 dollari: 4000 per la cattura e 2000 per imballaggio e spedizione. Hirst aiutato dal collezionista e pubblicitario Charles Saatchi compra, intitola ed espone il suo animale nel 1991. Usa 848 litri di formaldeide e 200 siringhe iniettate per l’imbalsamazione.

Ecco l’opera: The physical impossibility of death in the mind of someone living, ovvero l’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo.

Nel 2004 Saatchi rivende lo squalo di Hirst a un finanziere americano, Steven Cohen. Per quanto? Per 12 milioni di dollari. Cosa succede però? Che l’impossibilità fisica della morte si deteriora per difetti d’imbalsamazione. Damien Hirst non si arrende e continua l’operazione consumo. Chiama il suo pescatore Vic e stavolta ne compra altri cinque di squali, ottenendone un sesto come omaggio.

  1. In and out of love, 1991:

In and Out of Love (Butterfly Paintings and Ashtrays), 1991, Damien Hirst

In and out of love, 1991, Damien Hirst

Farfalle, lepidotteri, tele, mozziconi di sigarette… tutto in una stanza. Ecco l’opera di Damien Hirst che comunica vita, amore, bellezza e morte. La bellezza di miliardi di farfalle tropicali in via di estinzione, prima vive e poi non più. Prima volta esposta nel 1991. Seconda volta esposta alla Tate Modern nel 2012 in occasione della personale dedicata all’artista. Funziona così: entri dentro la prima sala espositiva con le tele colorate appese ai muri e mozziconi spenti nei posaceneri su tavoloni al centro della sala. Nella seconda sala invece ci sono tele bianche con piante appoggiate appese ai muri e tavoloni al centro con sopra ciotole di frutta fresca. Le bellissime farfalle ti svolazzano accanto tra una sala e l’altra, ma pian piano che ti avvicini le vedi sempre di più: morte stecchite o ferite o catturate nelle belle tele colorate e bianche. Enorme incasso (quasi 3mila visitatori al giorno) ed enorme polemica: gli animalisti vanno in bestia (400 farfalle morte o ferite ogni settimana). Mostra durata in totale 23 settimane: 400 farfalle x 23 settimane equivale a 9.200 morti: la strage delle farfalle.

  1. For the love of God, 2007:

For the Love of God, 2007, Damien Hirst

“Per l’amor di Dio” esclama la mamma di Damien quando il figlio artista le racconta l’idea della sua prossima opera:

Un teschio umano fuso in platino. Con denti veri, puliti ben bene da un dentista e poi attaccati al teschio ricoperto di diamanti. 8.601 diamanti per l’esattezza. E dove li prende questi diamanti? La gioielleria Bentley & Skinner di Bond Street a Londra pensa a tutto. Segue le direttive dell’artista, aiutandolo a creare “For the Love of God”: ossa morte brillantinose. Così l’artista continua a sviluppare e a comunicare il suo concetto di morte, la sua visione dell’oltretomba che si porta dietro fin da ragazzino. Espone il teschio, costato 14 milioni di sterline per l’esecuzione, alla White Cube Gallery di Londra nel 2007, che viene venduto al prezzo di 50 milioni. Comprare – vendere.

  1. The Golden Calf, 2008:

The Golden Calf, 2008, Damien Hirst

L’artista Hirst interpreta a pennello il vitello d’oro di biblica memoria e lo personifica per davvero. Un vitello imbalsamato in una bella teca trasparente, con corna e zoccoletti d’oro. Venduta all’asta di Sotheby’s di Londra il 15 settembre 2008.

A chi? A un finanziere affezionato.

A quanto? 10, 35 milioni di sterline.

Hirst vince la sfida: 15 settembre 2008, nuovo record nel mercato delle aste di arte contemporanea.

Ma chi è a perderla?

Lehman Brothers, 15 settembre 2008: banca pilastro degli Stati Uniti d’America dichiara bancarotta con debiti accumulati di oltre 600 miliardi di dollari. La banca dallo slogan Where vision gets built, ovvero Dove la visione viene costruita crolla esattamente lo stesso giorno in cui il grande venditore d’arte o artista o visionario esclama “Amo l’arte e questo prova che non sono il solo e che il futuro appare roseo per tutti”. Forse non proprio per tutti tutti.

Una strana coincidenza tra il mercato dell’arte e quello finanziario. Una strana visione. Una strana interpretazione.

 

“Ma quando è arte è arte!”

“Ma questa non è arte!”

Dettaglio nascosto: il signore nell’anello.

Trafalgar Square. National Gallery. Piano 2. Sala 56. Tutti concentrati sul ritratto fiammingo di Jan Van Eyck dei Coniugi Arnolfini: marito e moglie per la mano centrati in sala e centrati nel quadro. Colorati, ben posati e raccontati da innumerevoli dettagli nascosti sparsi, difficili da notare tra uno spintone e l’altro.

“Bellissimo, maestosissimo e un sacco di –issimo! Ma c’è troppa gente!” e te ne vai alla ricerca di qualcosa che non abbia ronzii e spintoni intorno.

“Ma le cose che non hanno ronzii e spintoni intorno non sono belle abbastanza!”

Coniugi Arnolfini, Jan Van Eyck, 1434 circa, National Gallery, Londra

Non è vero! Almeno non nella sala 56 della National Gallery. C’è un quadro proprio lì accanto che puoi scrutare da solo e in santa pace.

“Arnolfini di qua e Arnolfini di là” tutti lo conoscono e tutti lo vogliono. I protagonisti di sala 56 del secondo piano.Ma la donna esposta a pochi centimetri da Van Eyck ha qualcosa che la Signora Arnolfini non ha. L’artista, anche lui fiammingo, è Robert Campin che intorno al 1435 dipinge Ritratto di Donna.

Ritratto di donna, Robert Campin, 1435 circa, National Gallery, Londra

Chi è la donna? Anonima. Senza cognome. Nessuno stemma e nessun panno sfarzoso. Solo un velo bianco e pesantissimo con qualche spilla da balia in vista che la tiene imbacuccata scoprendole il viso. Un viso paffutello, giovane e pulito. Con naso a punta, labbra a cuore, pupille luccicanti e sguardo serio e concentrato verso qualcosa che Campin mostra solo a lei. Lo sfondo è nero e il suo viso pallidissimo.

E chi è l’uomo incorniciato accanto? Probabilmente suo marito. Anche lui anonimo, sbarbato con un turbante rosso in testa o meglio chiamato capperone, su sfondo nero, meno pallido e con lo sguardo concentrato anche lui verso qualcosa che non puoi vedere.

Ritratto di uomo, Robert Campin, 1435 circa, National Gallery, Londra

La didascalia non si esprime più di tanto e nemmeno la descrizione sul sito web del museo: L’uomo e la donna di Campin erano un dittico (il motivo di finto marmo presente sul retro di entrambi i primi piani lo suggerisce), adesso separato in due quadri messi uno accanto all’altro. La tecnica è olio su tavola. Le dimensioni 40×28 cm. La data di esecuzione 1435 circa…

Ma quindi cosa c’è di speciale? Che cos’ha questa donna senza un nome che la bellissima signora Arnolfini non ha?

Ha un anello sull’anulare sinistro. Un anello, o forse una fede d’oro con un rubino incastonato.

E quindi?

E quindi dentro al rubino c’è un ritratto. Minuscolo. Visibile solo con una lente d’ingrandimento. Forse il più piccolo ritratto esistente.

Il ritratto di un uomo, su un rubino, sull’anulare sinistro… è il marito sicuramente! E invece no. Il marito è sbarbato, mentre l’uomo ritratto nell’anello è un capellone barbuto e baffuto.

Ritratto di donna, dettaglio autoritratto, Robert Campin, 1435 ca, National Gallery, Londra

Eppure è strano. Perché il rubino nella storia dell’arte del quattro e cinquecento è il simbolo matrimoniale della fertilità.

Quindi chi è il capellone baffuto? L’amante?

Non si sa. Non si è ancora scoperto. Alcuni studiosi pensano possa essere l’autoritratto dell’artista perché descritto come battagliero ribelle e fumino nei pochi frammenti biografici rimasti, senza darne descrizioni però sull’aspetto fisico. E non per forza i “fumini” dell’epoca hanno barba, baffi e capelli.

Ma se fosse proprio lui, cosa vuol dire? Vuol dire che Campin è l’amante della donna paffutella con la bocca a cuore, sposata con lo sbarbato accanto a lei? Un autoritratto minuscolo così che il marito non lo vedesse, ma lei lo potesse tenere per se’?

O magari non c’è nessuna storia d’amore e nessun tradimento spenellato sotto al naso. Magari è solo una firma d’artista un po’ più originale.

O magari non è nessuna di queste ipotesi molto blande, seppur belle fossero vere.